Alice nel Paese senza meravaglie

Se, alle domande banali che il nostro prossimo ci pone non aspettandosi davvero una risposta, si potesse, fuori dalla convenzioni dell’educazione, dire la verità, solo tutta la verità Se, ad un colloquio di lavoro – sempre mantenendo la finzione comunemente accettata che in questo paese i lavori esistano ancora – se, dicevo, ad un colloquio si potesse essere liberi dall’ansia di piacere e si potesse dire tutta la verità Se questo fosse possibile, rispondere alla domanda: “Lei cosa fa?” sarebbe di una semplicità sconcertante. Io cerco. Cerco lavoro, ovviamente.
Certo, ci sono tante altre cose che tutti cerchiamo: la felicità, la magrezza, l’altra metà della mela, un mercato conveniente vicino casa e quant’altro. Però però non c’è niente che rappresenti l’atto del cercare con tanta autoevidenza da non richiedere nessuna ulteriore specificazione, nessuna spiegazione di altro tipo. Cerco lavoro, rispondi, e l’interlocutore abbozza un sorriso a metà fra l’incoraggiamento e la pietas. Poi mormora qualche parola sul cambiamento dei tempi, su quanto oggi tutto sia più difficile. Anche lui ha un figlio, un nipote, il figlio di un amico che cerca. Lavoro, ovviamente.
Cerco lavoro, rispondi, e l’interlocutore, se ha un minimo di decenza, di empatia, cambia argomento. Solo lo stolto ha bisogno di spiegazioni. Ma non le merita. E però. Se si potesse dire la verità fuori dai denti Se si potesse.
Cerco lavoro prima di arrendermi al declino industriale di questo paese, direi se fossi di pessimo umore o in vena di disquisizioni socio-politiche.
Cerco lavoro invece di cercare il matrimonio di convenienza, direi se fossi in vena di autoironia, come le protagoniste dei chik lit books. Perché si sa che più facile trovare un rampollo ricco da sposare che un lavoro da 1000 euro al mese. Cerco lavoro, direi, invece avrei dovuto cercare qualcos’altro prima.
Non una buona università, un buon corso di laurea, le materie più interessanti, i voti più alti. Cercare tutte queste cose ha significato mettersi nella posizione di cercare un lavoro adesso. E invece avrei dovuto cercare una buona palestra e una brava estetista. E forse adesso starebbero cercando me. Chi lo sa. Cerco un lavoro, e invece dovrei cercare un biglietto aereo per un bel posto che sia il mio Puerto Escondido. Lì, forse, smetterei di cercare.
Nel frattempo, siccome di cercare noi non ne abbiamo mai abbastanza, nel tempo libero cerco sempre qualcosa di bello da leggere, un buon film da vedere o una bella mostra il cui biglietto costi meno di un’ora di lavoro come operatrice telefonica o commessa (allora niente mostra, costano tutte almeno 2 ore del tuo lavoro), cerco i miei amici, per incontrarci magari in un buon ristorante a poco prezzo in cui poter parlare della nostra ricerca di un lavoro.

Il Carcere è utile ai fini della pena?

Con questo approfondimento CEII si prefigge di illustrare la situazione delle carceri e di argomentarla, secondo le sue idee e il suo pensiero.

PREMESSA:

“Non mi piace la vostra giustizia fredda; e nell’occhio dei vostri giudici riluce sempre per me il boia, con la sua spada gelida. Dite, dove si trova la giustizia che è amore ed ha occhi per vedere? inventatemi dunque l’amore,che porta su di sé non solo tutte le pene,ma anche tutte le colpe!”  (Nietzsche)

La nostra stessa Costituzione afferma che: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Eppure oggi, a causa delle carenti strutture, non è possibile garantire questo diritto a tutti i carcerati. È stato detto che esiste una crisi del carcere ;la risposta, si dice , non è costruire un maggior numero di prigioni, ma riconsiderare la natura della punizione.

Le carceri forniscono spesso nuovi delinquenti, più che cittadini. Esistono parecchie alternative al carcere ( alcune delle quali sono in atto) come per esempio la sorveglianza fuori dal carcere , che include la libertà su cauzione, la probation e la parole. La probation è usata come trattamento ai crimini minori ; significa che una persona deve mantenere una buona condotta per un certo periodo, e presentarsi regolarmente alle autorità. La parole (libertà sulla parola) è una riduzione della durata della pena , data come ricompensa della buona condotta di un individuo mentre si trova in carcere. Se, a fronte di una legislazione favorevole al reinserimento del detenuto, la natura del mondo carcerario non è mutata completamente significa che i meccanismi normativi hanno un ostacolo oggettivo nella natura del sistema. (Problema che affronteremo qui di seguito.) La realtà delle carceri italiane, infatti, sempre più sofferenti dal punto di vista del sovraffollamento, sembra dimostrare l’esistenza di una contraddizione tra ciò che normativamente previsto e ciò che è effettivamente esistente. Oggi si contano 8.600.000 di detenuti al mondo, 635.845 in Europa,  90.000 in Italia, 9.355 in Lombardia. Il primo obiettivo che la politica del nostro sistema si deve porre, dunque, è il riconoscimento del valore della dignità umana del carcerato, partendo dal creare condizioni minime di vita civile perché un carcere che umilia e schiaccia l’uomo senza preoccuparsi del recupero della persona non contribuisce a risolvere il problema della criminalità. Oltre a questo è importante riconoscere come sia interesse  dell’intera società rieducare, accompagnare e sostenere il detenuto in questo percorso che lo aiuterà ad affrontare il “mondo esterno”. Ma questo non deve tradursi in pietà e affievolimento della pena, bensì in una visione differente della stessa., affinché il recupero sia totale.

IL CARCERE: risposta alla criminalità

Dalla prospettiva di chi pone le regole, nell’interesse delle classi dominanti in un certo periodo storico , il comportamento di chi agisce in difformità rispetto a quella regola è deviante. La devianza sociale è un atto o comportamento o espressione di un membro di una collettività, che la maggioranza dei membri della collettività stessa giudicano come uno scostamento o una violazione più o meno grave di determinate norme, al quale tendono a reagire con intensità proporzionale al loro senso di offesa, se invece vengono violate le norme fondamentali della società si ha una trasgressione che prevede precise sanzioni, tra le quali la reclusione. Il fenomeno della criminalità si può circoscrivere e sconfiggere con una serie d’interventi mirati che devono vedere impegnati sia le istituzioni pubbliche che le varie componenti della società, avendo come primo obiettivo un rinnovamento dei  sistemi pedagogici e il raggiungimento di un più elevato livello d’istruzione per sviluppare il patrimonio morale individuale e il senso di responsabilità  di ogni cittadino. Su un piano più generale lo Stato e le istituzioni pubbliche devono porsi alcuni obiettivi fondamentali:

  • rendere i servizi sociali più efficienti e meglio distribuiti nel territorio;
  • puntare ad una piena occupazione e a un miglioramento delle condizioni generali  di vita per tutte le classi sociali;
  • effettuare un potenziamento degli strumenti di lotta alla criminalità e un rafforzamento dei mezzi di difesa sociale;
  • realizzare un efficiente macchina giudiziaria in grado di perseguire tempestivamente i colpevoli con la celebrazione di processi più rapidi e di comminare pene certe;
  • creare un sistema carcerario più sicuro e severo , ma capace di offrire al detenuto condizioni di vita dignitose avendo contemporaneamente l’obiettivo la sua rieducazione e il suo reinserimento nella società civile.

Le prigioni hanno però davvero questo effetto su coloro che vi sono internati per un certo periodo di tempo?

DISCIPLINA DELLE PENE CHE SI SCONTANTO IN CARCERE

Il diritto si occupa fondamentalmente delle norme dello Stato, definite norme giuridiche, e della loro applicazione nei confronti dei cittadini, sulla base di un rapporto di autorità che consente allo Stato di applicare SANZIONI, cioè punizioni a chi non le rispetta.

“La responsabilità penale è personale.  L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.  Non è ammessa la pena di morte, [ se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra].

Si ricorda che la scelta di abolire la pena di morte è stata compiuta dal legislatore italiano del 1944 (abolizione nel codice penale) e il 1948 (abolizione delle leggi speciali) e successivamente ribadita e perfezionata in varie tappe.

L’articolo 27 della Costituzione disegna i principi cardine del diritto penale italiano. Il diritto penale ha il compito di collegare una sanzione a un comportamento legalmente previsto come criminoso, esso è diviso in tre elementi costitutivi: il fatto, la personalità e le conseguenze.

Le pene principali sono la reclusione, l’ergastolo, la multa , l’arresto e l’ammenda. Esse si caratterizzano per essere inflitte dal giudice con la sentenza di condanna. Le pene principali assolvono la funzione di identificare i reati, distinguendoli da ogni altra categoria di illeciti. Il legislatore, descrivendo la tipologia delle pene principali, fornisce il criterio per distinguere tra delitti e contravvenzioni: l’ergastolo, la reclusione e la multa sono le pene principali per i delitti, l’arresto e l’ammenda per le contravvenzioni. Occupiamoci, allora, di quelle pene che si scontano in carcere per un breve o lungo o intero periodo di vita.

LA RECLUSIONE e L’ARRESTO

Reclusione e arresto fanno parte delle pene detentive temporanee, previste rispettivamente per i delitti e per le contravvenzioni. Le differenze di contenuto tra i due tipi di pena che riguardano la possibilità del condannato di accedere ad alcune misure alternative (detenzione domiciliare), nonché ai permessi premio sono però  marginali.

Un aspetto più significativo riguarda la ripartizione dei detenuti. Il principio della separazione dei condannati alla reclusione dai condannati all’arresto è sancito sia nel codice penale, sia nell’ordinamento penitenziario. In attuazione di tale principio si distinguono gli istituti per l’esecuzione delle pene in “casa d’arresto” e “case di reclusione” .Nondimeno anche questo elemento di differenziazione tra reclusione e arresto si annulla nella realtà: il sovraffollamento degli istituti penitenziari comporta infatti che le pene della reclusione e dell’arresto si scontino, di fatto , negli stessi stabilimenti un certo numero di detenuti di cui una parte marginale è costituita da veri e propri condannati.

ERGASTOLO

L’ergastolo, chiamato comunemente “carcere a vita”, è la massima pena prevista nell’ordinamento giuridico italiano.  Nell’ordinamento italiano l’ergastolo è previsto per alcuni delitti contro la personalità dello Stato, contro l’incolumità pubblica e contro la vita; il suo ambito di applicazione si è dilatato per effetto della progressiva sostituzione della pena di morte.

La pena dell’ergastolo è perpetua. Il carattere di perpetuità della privazione della libertà personale risulta profondamente eroso, già nel sistema del codice penale si prevede per il condannato all’ergastolo la possibilità di essere ammesso alla liberazione condizionale “quando abbia scontato almeno ventisei anni di pena”.Tale termine può essere ulteriormente abbreviato per effetto delle riduzioni di pena, la riforma penitenziaria del 1986 ha contribuito a rimodellare i contenuti dell’ergastolo anche al di là dei profili che attengono alla liberazione condizionale : ha consentito infatti che il condannato all’ergastolo possa essere ammesso , dopo l’espiazione di almeno dieci anni di pena, ai permessi premio, nonché , dopo vent’anni, alla semilibertà.

Nel complesso, si può dunque affermare che anche la pena dell’ergastolo si ispira oggi all’idea dell’esecuzione progressiva, secondo la quale le modificazioni che intervengono negli atteggiamenti sociali del condannato possono tradursi in un regime gradualmente sempre più ‘ aperto’; d’altro canto, proprio il sistema di incentivi predisposto dalla riforma del 1986 sembra in grado di promuovere , da parte dell’ergastolano, un approccio più costruttivo nei confronti della pena. Si comprende, quindi,come sia una sanzione destinata a scomparire.

VITA IN CARCERE

La formula della prigione è: mancanza di spazio controbilanciata da eccesso di tempo. (J. BRODSKIJ)

Il carcere è un’istituzione conosciuta genericamente dai cittadini come luogo nel quale vengono imposte delle restrizioni più o meno gravi a persone che hanno violato la legge. Poco si continua a sapere delle concrete condizioni di vita dei detenuti, delle figure professionali che operano negli istituti di pena e delle tante criticità che il carcere può offrire.

La giornata tipo del carcerato

Ogni istituto ha un margine di autonomia nell’organizzazione delle attività quotidiane. Quella che segue è da intendere pertanto come una descrizione indicativa di una giornata tipo all’interno di un carcere: orari delle attività, dei pasti ed altre regole interne possono cambiare a seconda degli istituti. Limitazioni particolari sono inoltre stabilite per i detenuti sottoposti al regime detentivo previsto dall’art. 41 bis ord. penit., al regime di sorveglianza particolare (art. 14 bis ord. penit.) e all’isolamento giudiziario, sanitario o in esecuzione della sanzione di esclusione dalle attività comuni.

I primi ad alzarsi in carcere sono i detenuti lavoranti della cucina e delle pulizie che vengono svegliati dagli agenti alle 6,00 e lasciano le stanze alle 6,30. Circa un’ora dopo avviene la conta dei detenuti, ovvero il controllo numerico dei presenti.

Fra le 7,30 e le 8,30 viene distribuita la colazione dai portavitto, lavoranti addetti alla consegna dei tre pasti quotidiani forniti dall’amministrazione. Segue una rapida ricognizione da parte degli agenti per verificare se qualcuno dei detenuti ha particolari necessità, soprattutto di carattere sanitario. Vengono raccolte le domandine, richieste alla direzione, compilate su appositi moduli, di svariate autorizzazioni, dai colloqui con gli operatori (direttore, comandante responsabile dell’Ufficio comando, responsabile dell’ufficio matricola, educatore, assistente sociale, psicologo, cappellano, assistenti volontari), all’acquisto  di prodotti non compresi nell’elenco della spesa, al prelievo di libri della biblioteca. I detenuti provvedono direttamente alla pulizia delle camere e dei relativi servizi igienici.  Attorno alle 8,30 le celle vengono aperte per i detenuti che frequentano le attività trattamentali (scolastiche, culturali, sportive, ricreative) o che escono per i passeggi, permanenza all’aria aperta della durata di almeno un’ora. La fascia oraria di attività mattutina dura all’incirca tre ore. Al termine i detenuti rientrano nelle loro stanze per consumare il pranzo. Il menù viene compilato in base a tabelle vittuarie approvate con decreto ministeriale (art. 9 ord. penit.) e comprende generalmente un primo piatto, un secondo e un contorno, con alternative per  persone che hanno particolari esigenze dietetiche o religiose. Molti detenuti consumano solo parte del cibo distribuito dall’amministrazione e acquistano a spese proprie presso il sopravvitto (spaccio gestito direttamente dall’amministrazione carceraria) alimenti e altri generi (detersivi, cartoleria, sigarette, etc.). In ogni sezione dell’istituto è disponibile una lista di prodotti che è possibile acquistare. In presenza di particolari motivi, tramite domandina si può chiedere l’acquisto di prodotti non presenti nell’elenco. Alcuni tipi di alimenti possono essere portati o spediti anche dalle persone autorizzate ai colloqui. In ogni istituto è disponibile un elenco degli alimenti e di altri generi ammessi; a Canton Mombello, per esempio, per quanto riguarda l’igiene personale possono essere portati pattine, spazzolini e rasoi usa e getta, mentre per i generi alimentari solo affettati, formaggi e pesce ma rigorosamente sigillati in buste trasparenti. Gli acquisti vengono effettuati tramite il denaro che i detenuti hanno su un libretto di conto corrente interno. Gli alimenti acquistati vengono cucinati con un fornello a gas, tipo camping, anch’esso in vendita al sopravitto. Ogni detenuto può spendere al massimo, 424 Euro al mese (106 Euro la settimana), per acquistare tutti i prodotti inseriti nell’elenco della spesa, quelli tramite domandina, per spedire telegrammi ed effettuare telefonate. Le telefonate non possono essere eseguite solo dai detenuti condannati (cioè quando la sentenza è passata in giudicato e quindi la condanna è definitiva). Dopo il pranzo, in genere attorno alle 13,30 i detenuti possono lasciare di nuovo le stanze per frequentare le attività pomeridiane e, al loro termine, possono recarsi nella sala comune per dedicarsi ad attività sociali o ricreative. Attorno alle diciotto inizia la distribuzione della cena che si consuma verso le 19 con le stesse modalità del pranzo. I detenuti sono autorizzati a fare socialità, vale a dire a consumare insieme i pasti in un numero limitato di persone. In media i detenuti trascorrono circa 20 ore in cella. Se lo spazio lo consente, in molti istituti è possibile dedicarsi in stanza alla pittura o a piccole attività di hobbistica e può essere autorizzato l’uso del computer portatile.

Le condizioni della detenzione

“La condizione del carcerato storicamente si ricollega alla schiavitù del periodo classico. (A.GRAMSCI)”

Le molteplici ricerche svolte sul carcere ci offrono un quadro del sistema penitenziario nella realtà molto differente da quello auspicato sulla base delle tante leggi a tutela del carcerato e del suo reinserimento sociale.

Nonostante le riforme abbiano mirato ad un miglioramento delle condizioni di detenzione, i dati statistici evidenziano un gran numero di questioni tuttora irrisolte che non permettono di dare piena e concreta attuazione alla legislazione esistente.

(*) Nota: i detenuti presenti in semilibertà sono compresi nel totale dei detenuti presenti.

Fonte: Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo automatizzato statistica ed automazione di supporto dipartimentale – Sezione Statistica.

1. Sovraffollamento e tipologia di detenuti

Il sovraffollamento è uno tra i problemi più evidenti dell’attuale situazione penitenziaria italiana. L’aumento della popolazione carceraria impedisce di garantire al detenuto le condizioni necessarie per vivere dignitosamente e non permette neppure agli operatori e agli agenti penitenziari di svolgere il proprio lavoro in modo adeguato. A tutto ciò si deve aggiungere il continuo cambiamento della tipologia di detenuti a cui si è assistito in questo ultimo decennio. Sono aumentati considerevolmente i prigionieri provenienti dalle fasce più basse della popolazione.

Una parte prevalente della popolazione detenuta è costituita da soggetti provenienti dai margini della società, che molto spesso sono autori di reati di piccola entità, condannati a pene brevi o addirittura detenuti in attesa di giudizio che finiscono per scontare l’intera pena in custodia cautelare.

I dati mostrano che si tratta per lo più di persone giovani, senza lavoro e con un basso livello di istruzione che, nella maggior parte dei casi, sono privi di un’adeguata rete affettivo-familiare e sociale che funga da sostegno. La riflessione sulle caratteristiche socio anagrafiche della popolazione detenuta ha spinto osservatori ed esperti a definire il carcere come una “discarica sociale”, un contenitore di povertà, un raccoglitore in cui espellere problematiche sociali che meriterebbero risposte diverse dal ricorso alla detenzione.

I dati statistici evidenziano che circa un terzo della popolazione detenuta è costituita da immigrati, la cui presenza in carcere è destinata ad aumentare ulteriormente nel prossimo futuro se non si penseranno a delle diverse politiche di gestione dell’ordine pubblico. Dietro a questo dato percentuale si cela una realtà complessa in cui entrano in gioco una molteplicità di variabili.

Il numero di detenuti tossicodipendenti registra un andamento simile al dato generale sulla popolazione detenuta. Le statistiche mostrano che questo tipo di popolazione è più che raddoppiata negli ultimi dieci anni.

2. Gli affetti e la famiglia

Un ulteriore aspetto di approfondimento riguarda le conseguenze della detenzione sulla dimensione familiare. La carcerazione comporta gravi squilibri all’interno della famiglia ed è spesso causa di impoverimento dei legami familiari.

Carenza di personale preposto al trattamento

A fronte delle trasformazioni della popolazione detenuta si è assistito ad una diminuzione, o comunque ad un mancato incremento, delle presenze degli operatori preposti al trattamento, quali gli educatori, il cui numero evidentemente inadeguato in proporzione ai detenuti presenti. Le aree educative in particolare vivono un processo di burocratizzazione che impedisce di focalizzare l’attenzione sul principio fondamentale dell’osservazione e del trattamento. Il recente monitoraggio effettuato con la collaborazione dei Provveditorati rileva che il settore educativo negli Istituti di pena presenta uno stato di sofferenza sia sotto il profilo organizzativo che tecnico-professionale.

3. Il lavoro e le attività trattamentali

Dai dati statistici risulta che la percentuale dei detenuti occupati inattività lavorative e formative è in costante diminuzione. Il numero dei posti di lavoro disponibili all’interno degli istituti, cioè quelli necessari per far funzionare la macchina del carcere, rimane stabile e invariato malgrado l’aumento esponenziale del numero dei detenuti. A questo fenomeno si aggiunge il fallimento delle lavorazioni interne agli istituti, prive di convenienza economica per le imprese esterne, e la flessibilità del mondo del lavoro attuale, che non si concilia con i tempi e la rigidità dell’amministrazione penitenziaria. Tutto ciò dimostra una incapacità del sistema di dare concreta applicazione ad una previsione normativa in cui il lavoro, considerato l’unico elemento “obbligatorio” del trattamento rieducativo, è assolutamente carente.

RIFLESSIONI

Considerando le apprezzabili enunciazioni di principio e confrontandole con la realtà dei fatti, ben poco è stato fatto per organizzare concretamente l’attuazione degli strumenti previsti per l’assistenza carcerari. La condizione di grande disagio creata dalla detenzione, che è molto spesso causa di una condizione di espulsione dal contesto familiare e sociale, viene amplificata da una mancanza reale di prospettiva riabilitativa e reintegrativa. Il detenuto che uscendo dal carcere trova il deserto, senza punti di riferimento per poter intraprendere un percorso di reinserimento sociale, avrà maggiori possibilità di ricadere nella recidiva.

E perché tutto questo accade? La risposta sta nelle parole di Victor Hugo: “. La liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna.”  I miserabili (cap IX -libro secondo).

Andiamo a monte per comprendere le ragioni storico-giuridiche della questione. Inizialmente si riteneva che l’atto punitivo fosse volto a condannare il responsabile di un crimine a ripagare il suo gesto con un provvedimento adeguato, in grado, cioè, di infliggerli una sofferenza proporzionale al reato commesso. Successivamente, a causa della mancanza di umanità del sistema punitivo, si riconobbe alla pena una funzione rieducativa:  “il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. l fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d’infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo. “ (Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” capitolo 12)

CRITICHE E SUGGERIMENTI

Denunciato l’abbandono dei detenuti nelle carceri, l’ aumento di criminalità, le difficoltà di re-inserimento nel tessuto sociale, la mancanza di provvedimenti idonei da parte dello stato, è evidente la falla del sistema. Fino a oggi le riforme giuridiche si sono preoccupate della tipologia  e dell’intenistà della pena, pensando che questa fosse la causa scatenante del problema.

CEII, invece, riteniene che il punto sia un altro.

La violazione del diritto, infatti, richiede necessariamente una pena. Pena che – per quanto debba essere proporzionata al rato commesso e non debba essere contraria al senso di umanità, ma piuttosto finalizzata alla rieducazione del condannato –ha ,innanzitutto e necessariamente, la funzione di ripristinare l’ordine giuridico e razionale violato.

Per questo ci opponiamo alle teorie illuministiche (in particolare alle idee contenute nel celebre trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria) che hanno eliminato questo sostanziale valore. Cesare Beccaria, infatti, ha notoriamente negato allo Stato il diritto alla pena di morte, per la ragione che non si può presumere che nel contratto sociale sia contenuto il consenso degli individui a lasciarsi uccidere; anzi, deve essere supposto il contrario. Come è noto tale era stata anche la posizione di Hobbes ( che aveva ammesso la legittimità da parte del cittadino-suddito di sottrarsi alla pena di morte stabilita dal sovrano) e di tutti gli altri teorici del contrattualismo.

In realtà questa è una delle più grandi menzogne della storia. Lo Stato non è affatto frutto di un contratto , né la sua essenza sostanziale è la difesa e la grazia della vita e della proprietà degli individui come singoli, così incondizionatamente : “anzi, esso è la cosa più elevata, che pretende da questa vita il sacrificio della medesima”. Hegel, il grande filosofo di cui prendiamo a modello il pensiero, tiene a precisare che la pena, ristabilendo l’ordine giuridico violato (e la razionalità), “onora” il delinquente stesso come essere razionale. Andando (apparentemente) contro ad ogni posizione ingenuamente riparatoria, rieducativa o preventiva della pena , Hegel la considera non soltanto come qualcosa di giusto in sé, ma anche come un diritto posto del delinquente stesso, cioè entro la sua volontà . La pena è per lo stesso delinquente, preferibile a tutte le altre misure correttive che degradano l’umanità al livello degli animali. Il rispetto della razionalità del delinquente, che è innanzitutto uomo, oltre che all’ordine giuridico, comporta, per il filosofo, che lo Stato sia inflessibile nelle pene e che il delinquente si renda conto della loro razionale necessità, in vista del rispetto che si deve alla sua ragione e alla sua volontà libera. Chi ha commesso un reato, dunque, non solo sconta la sua pena,ma lo fa per ripristinare l’armonia sociale che ha infranto. In  questo sta la finalità rieducativa. Egli Assolve, infatti, nel suo valore di uomo, al suo principale dovere sociale: essere un libero cittadino che agisce per il bene della collettività. Per questo abbiamo proposto come soluzione la creazione di un nuovo organo: i genieri sociali; riteniamo fondamentale, infatti, correlare la sacralità dello stato alla fase preventiva, esecutiva, e successiva alla commissione di un reato. Lavorare per lo stato, restituire al cittadino e alla propria patria dignità e valore mediante questa forma di riscatto è l’obiettivo della proposta di CEII.

Una nuova politica degli affitti

La componente principale dei soggetti che accedono al mercato della locazione è data da famiglie e lavoratori a reddito medio basso, cioè una fascia sociale che può incontrare difficoltà a sostenere la spesa di un canone di locazione particolarmente alto.

Occorre incentivare e ampliare l’offerta delle case in locazione e portare a uno spontaneo contenimento l’importo medio dei canoni di locazione, naturalmente senza incidere negativamente sulla redditività dell’immobile.

L’introduzione della “cedolare secca” sugli affitti rappresenta un primo concreto incentivo per innescare un circolo virtuoso nel mercato della locazione. In particolare semplifica e alleggerisce le imposte gravanti sul reddito da locazione consentendo al proprietario di avvalersi di un’imposta sostitutiva che corrisponde a un’aliquota pari al 10% (canone concordato) o al 21% (canone libero). Non va trascurato il fatto che l’alleggerimento dell’imposta aiuterebbe a eliminare gli affitti in nero e ad aumentare il numero di abitazioni immesse sul mercato della locazione con l’ulteriore positiva conseguenza di calmierare l’importo del canone d’affitto.

Famiglie e giovani coppie

Due soluzioni per creare nuovi strumenti finanziari a sostegno delle giovani coppie che hanno difficoltà economiche:
➡ tramite la mediazione del Comune affittare alloggi a cittadini compartecipi almeno al 20% della proprietà, dopo alcuni anni il bene verrà messo in vendita con diritto di prelazione da parte del conduttore;
➡ sviluppare nuove modalità di garanzia attraverso la realizzazione di un fondo di microcredito per l’avvio e l’assistenza all’acquisto.

Anziani

Al di là del gravissimo problema di tipo reddituale, è importante aiutare quegli anziani che vivono da soli in modesti locali, a volte abbandonati da figli e parenti. Due proposte:
➡ promozione dei contratti a canone convenzionato che permettono canoni di locazione calmierati a fronte di agevolazioni fiscali per i locatori;
➡ un maggiore impegno per rendere fruibili le strutture abitative programmando interventi tecnici o promuovendo la possibilità (in casi di estrema necessità o di metrature superiori alle reali esigenze) di “scambi” di alloggio.

Studenti universitari

Come si può pensare di trattenere in loco intelligenze e risorse se ciò che si offre sono affitti in nero o canoni mensili superiori ai 1000 euro? Le locazioni a studenti rappresentano una buona parte del mercato degli affitti di Bologna. Sono migliaia i ragazzi che lasciano le loro città di origine per trasferirsi qui. Quattro proposte per venire incontro alle loro esigenze:
➡ progettare politiche di accoglienza e ricettività atte a sostenere gli studenti che cercano sistemazione;
➡ lotta al mercato nero degli affitti con promozione dei contratti a canone concordato;
➡ nuovi studentati e ristrutturazione degli esistenti;
➡ promuovere la “adozione”, da parte di anziani che vivono soli, di studenti da ospitare presso la propria abitazione in cambio di compagnia, assistenza e qualche servizio. Lo studente avrà a disposizione una stanza singola senza dover pagare un affitto.

Disabili

Tre proposte per tutte le persone diversamente abili che difficilmente hanno un reddito tale per far fronte al pagamento di un mutuo o al canone d’affitto, e che non dispongono di alloggi adeguatamente predisposti per fare fronte alle loro particolari esigenze:
➡ strutture facilmente fruibili sia nei condomini di proprietà che negli alloggi ERP;
➡ programmazione di fondi da destinare a ristrutturazioni per l’abbattimento di barriere architettoniche;
➡ tessuto urbano a misura dei diversamente abili (semafori agevolati, isole di sosta, punti di ascolto, ecc.).

Lavoratori

I giovani che entrano nel mondo del lavoro sono soggetti quasi sempre a un salario iniziale non elevato. E se effettuano una valutazione del rapporto costi\benefici del trasferimento, può vedere ridotto l’incentivo a spostarsi. Due proposte per aiutare questa categoria:
➡ buoni affitto da concertare con le aziende;
➡ destinazione di parte degli alloggi ERP a questo scopo.

Famiglie a basso reddito

Due le proposte per venire incontro alle difficoltà economiche di molte famiglie:
➡ promozione dei contratti a canone concordato;
➡ ulteriore sviluppo di costruzione di alloggi ERP.

SOCIAL HOUSING

La rivalutazione degli immobili esistenti a fini di social housing permetterebbe di recuperare aree già definite all’interno delle città, contendo le nuove urbanizzazioni, ma soprattutto evitando di creare i classici quartieri-ghetto, che tendono a diventare luoghi di degrado e di marginalità sociale. Questo diverso concetto di edilizia residenziale popolare può dare inoltre un importante contributo al rafforzamento del tessuto sociale urbano, rallentando il fenomeno dello spopolamento dei centri storici e ravvivando la rete di attività commerciali “di prossimità” che attualmente rischia di scomparire rapidamente. E può contribuire a migliorare anche la sicurezza sociale grazie alla riduzione e al contenimento della microcriminalità, che è invece favorita dall’esistenza di architetture degradate e abbandonate.